Peregrinazioni matesine di un botanico dell'Ottocento.

Nicola Terracciano (1837-1921) fu un naturalista e botanico dell’800, per più di quarant’anni direttore del Real Giardino Botanico all’inglese della Reggia di Caserta. Allievo di alcuni dei più illustri botanici del suo tempo quali Michele Tenore, Giovanni Gussone e Guglielmo Gasparrini, si dedicò soprattutto allo studio della flora, della geologia e della micologia della Campania e compì numerose esplorazioni sul territorio. Intorno al 1870 ebbe dalla Deputazione Provinciale di Terra di Lavoro, l’incarico di studiare la flora della provincia e per portarlo a compimento visitò anche il Matese trascorrendo diversi giorni sulle nostre montagne e lasciandoci poi una minuziosa descrizione di quell’esperienza nel suo scritto “Relazione intorno alle peregrinazioni botaniche fatte per disposizione della Deputazione Provinciale di Terra di Lavoro”, pubblicato nel 1872.

...sola si mostrava bellamente indorata dai raggi del sole cadente, mentre tutto il restante del monte era involto nell’ombra.

 

 

Egli ci racconta di essere giunto a Piedimonte il 13 luglio intorno a mezzogiorno, qui si fermò circa un’ora per rifocillarsi “con alquanto cibo” per poi ripartire alla volta di S. Gregorio e da qui raggiungere Valle Cupa, poco distante da Campo Braca, dove avrebbe passato la notte in una capanna di pastori. A quel tempo non c’era ancora una strada carrabile per raggiungere i monti partendo da Piedimonte, solo la mulattiera, in gran parte utilizzabile anche ai giorni nostri, che dal quartiere S. Giovanni conduce a Castello e da qui a S.Gregorio per poi proseguire fino allo scollinamento del monte Raspato (“sulla cresta del monte che sovrasta a S.Gregorio”).

L’ascesa durò diverse ore, il cammino veniva spesso interrotto per raccogliere campioni da erbario ed il sole era ormai al tramonto quando il botanico raggiunse finalmente Valle Cupa. Così descrive il suo arrivo:

 

Era l’ora che volge il desio , al dir del Divino Alighieri, quando giunsi alla capanna, e in sull’uscio vidi quei buoni pastori i quali con cordialità montanina mi accolsero per darmi ricovero in quella notte. Questa fu da me passata su di uno strato di secche foglie di fagio, ed al rompere dell’alba, già desto, uscii da quel luogo per andare al lago”.

 

 

Quindi il mattino seguente di buon’ora il Terracciano si rimise in cammino per raggiungere il lago Matese e giunto sulle sue rive decise di esplorare il colle di Montrone:

 

A Nord del lago avvi uno scoglio grandissimo, un piccolo poggio se si vorrebbe, isolato, detto Monterone , il quale a dir di quei pastori nell’invernata per l’accrescersi delle acque del lago resta in mezzo ad esse a maniera di isola”.

 

Questa descrizione ci fa capire che le forti oscillazioni del livello dell’acqua avvenivano anche prima che questa venisse convogliata per la produzione di energia elettrica. Sul colle di Montrone Terracciano raccolse diverse piante, tra queste anche alcune sassifraghe e diverse specie di muschi. Decise quindi di dedicarsi alla flora del lago Matese e su una barca guidata da un pescatore lo attraversò quasi per intero. Tra le tante specie del lago osservò il trifoglio fibrino (Menyanthes trifoliata) che egli definisce “assaj rara nella Flora di questa parte meridionale d’Italia”. Alle quattro del pomeriggio, dopo aver mangiato delle tinche pescate nel lago, si rimise in cammino per raggiungere l’Esule dove avrebbe passato la notte e alcuni dei giorni successivi per studiare la flora di alta montagna. Giunto alla valle dell’Esule fu affascinato dalla magnifica vista del Miletto nella luce del tramonto:

 

“Monte Miletto si erge qual monte altissimo, su degli altri all’azzurro del Cielo. Dall'Esule guardata quella vetta è imponente ed il viaggiatore prova a vista di essa una tale impressione che non saprei con parole esternarla, tanto più che l’ora in cui mi posi a guardarla, sola si mostrava bellamente indorata dai raggi del sole cadente, mentre tutto il restante del monte era involto nell’ombra”.

 

Estasiato da quello spettacolo della natura decise di scalare prima possibile la più alta cima del Matese, così si concesse solo qualche ora di riposo e a notte inoltrata si rimise in cammino contando di arrivare in cima prima del sorgere del sole per ammirare l’alba. Chi frequenta abitualmente la cima del Miletto sa bene quanto possano essere fredde le notti, anche in piena estate, a quelle altezze, ma sa anche che lo spettacolo del sole che spunta dall’Adriatico vale molto più di qualche piccolo disagio. Molto suggestiva la descrizione che Terracciano fa di quei momenti:

 

“Non starò a dire che la temperatura vi era bassissima ed un freddo intenso , come se fosse stato inverno, mi costringeva a stare ravvolto in ampio mantello, aspettando così il giorno per mettermi all’opera. Qualcuno al certo mi domanderà, a che ascendere di notte Monte Miletto, per patire il freddo, ed esporsi a pericoli di mille guise su di una altissima montagna? A questo qualcuno risponderò, per ammirare uno degli spettacoli più magnifici della natura. La levata del Sole! Mentre l’alba spuntava in oriente, e ad essa seguiva l’aurora, l’occhio mio era sempre fisso sulle lontane acque dell’Adriatico, da cui finalmente, come per incanto, vidi sorgere un globo infocato, che maestosamente si levava sull’orizzonte. La sensazione che provai a vista di tale spettacolo, vinse la mia mente; né la penna mia si presta a descriverlo, sicché la descrizione di esso, che al certo meglio di qualunque altro disvela la grandezza della Creazione, la lascio ad altro, di me più perito e di più fervida immaginazione. Fatto giorno, il panorama che si affacciò alla vista era stupendo ed interminato. A Sud tutto il tratto di terra che dall’osservatore va al mar Tirreno; a Nord immediatamente giù quel di Molise , ed in lontananza gli Abruzzi con la Maiella e quasi a perdita di vista le vette del Gran Sasso; ad Ovest parte della Terra di Lavoro con la Provincia di Roma; e ad Est finalmente la vista si spingeva sino alle Puglie, e quindi all’Adriatico ed a M. Gargano. Dopo di aver per alquanto tempo vagato con gli sguardi per quel panorama, ed esclamato involontariamente che M. Miletto sia la più stupenda vetta dei nostri appennini mi posi tosto a ricercaresu di essa le piante che vi nascono naturalmente.”

 

...finalmente, come per incanto, vidi sorgere un globo infocato, che maestosamente si levava sull’orizzonte.

 

Sull’area sommitale del Miletto il botanico raccolse molte delle tipiche specie di alta montagna, tra queste Aubrieta columnae, Saxifraga porophylla, S. paniculata, S. exarata, Edraianthus graminifolius e Draba aizoides, poi iniziò la discesa lungo il versante meridionale del monte raggiungendo il Campo dell’Arco:

 

“Percorsa tutta la valle giunsi ad un poggio, di cui una parte della roccia, costituente l’angusta cresta, era tagliata naturalmente a maniera d’arco, donde il nome della contrada. Da quest’arco si passa dalla valle sul versante opposto del poggio che è ripidissimo, ed ha balze e precipizii, che mettono spavento.”

 

Terracciano in quell’occasione soggiornò sul Matese per circa sette giorni, raccogliendo numerose specie di piante; il suo contributo risulta ancora oggi di grande importanza per la conoscenza della flora di questa parte dell'Appennino.

 

[Rara immagine scattata a Napoli nel Real Orto Botanico nel 1891 durante il Congresso della Società Botanica Italiana in cui compaiono alcuni dei più illustri botanici dell'epoca. In primo piano, da sinistra a destra, seduti compaiono: Achille Terracciano (figlio di Nicola), Francesco Balsamo, Giovanni Arcangeli, Emanuele Fergola, Teodoro Caruel, Nicola Terracciano e infine Orazio Comes. In piedi in seconda fila da sinistra a destra: Pellegrino Severino, Antonio Biondi, Michele Geremicca, Enrico Tanfani, Francesco De Rosa, Fortunato Pasquale, Antonio Jatta, Giuseppe Camillo Giordano, Ricca, Aurelio De Gasperis (Fonte: Iconoteca dei Botanici di Saccardo, Università degli Studi di Padova)].

 

 

 

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