L’incontro con il lupo è senza dubbio una delle esperienze più entusiasmanti che il Matese possa offrire, tuttavia si tratta di un evento riservato a pochissimi fortunati: nonostante la pessima quanto ingiustificata fama di cui gode, il più grande predatore delle nostre montagne è un animale estremamente schivo e timoroso dell’uomo e questo rende il contatto visivo diretto estremamente raro ed ancor più raro è riuscire a fotografare questo magnifico quanto elusivo animale. Spesso si riesce a dare un volto a questo fantasma solo attraverso il ritrovamento di animali vittime dei non rari episodi di bracconaggio che continuano a manifestarsi ad intervalli quasi regolari, episodi che dimostrano come l’antico conflitto tra uomo e lupo sia tutt’altro che risolto e rappresentano uno dei più clamorosi fallimenti del Parco Regionale del Matese. In molti sarà ancora vivo il ricordo del cucciolo di lupo avvelenato e ritrovato morto nei pressi di Bocca della Selva nel 2010 o della lupa uccisa a fucilate e gettata tra i rifiuti in località Miralago nel 2011 o ancora del lupo ritrovato morto nel dicembre 2013 nei pressi del monte Ariola anch’esso vittima del fucile.

 

 [Sopra: una rara immagine del lupo ripreso sul versante campano del Matese (Foto V. D'Andrea).]

 

Quella tra uomo e lupo è una guerra le cui origini si perdono nella notte dei tempi. In passato sul Matese il lupo doveva essere molto diffuso, prova ne sono i numerosi riferimenti giunti fino a noi nella toponomastica del territorio: Cantalupo a Ciorlano, Grotta Lupino a Faicchio, Toppo della lupa a Morcone, Sorgente valle lupa a Longano, Tana della lupa a Sepino, Monte valle dei lupi a Roccamandolfi sono alcuni esempi. Il declino di questo animale è stato negli ultimi secoli direttamente proporzionale all’incremento della presenza umana sul Matese. Sappiamo che dopo la peste del 1656 la popolazione del Matese ammontava a circa 48.000 abitanti, popolazione che era pressoché raddoppiata verso la fine del settecento ed è proprio tra la fine del XVII e la fine del XIX secolo che le estese foreste del Matese subirono uno degli attacchi più significativi da parte dell’uomo: l’esplosione demografica, la diffusione delle attività pastorali, la maggiore richiesta di legname e di aree per il pascolo ebbero un notevole impatto sugli equilibri faunistici; la riduzione delle aree boschive che fornivano rifugio e cibo agli animali, la rarefazione delle prede abituali del lupo accentuata anche dall’attività venatoria, la maggiore facilità con cui quest’ultimo veniva a contatto con il bestiame portarono ad un deciso inasprimento del conflitto tra uomo e lupo che si tradusse in una vera e propria persecuzione.Nel 1810 Gioacchino Napoleone re delle due Sicilie emanò un decreto che stabiliva premi in denaro per chi avesse ucciso o catturato un lupo. I premi variavano in base al sesso e all’età dell’animale abbattuto (il più remunerativo era l’abbattimento di femmine gravide per le quali il premio ammontava ad otto ducati) e venivano elargiti dai municipi dei singoli comuni: chi uccideva l’animale era tenuto a presentarne la testa presso il sindaco che provvedeva a tagliarne le orecchie per evitare che da una singola testa si potessero ottenere più premi presentandola in diversi comuni. Nel 1815 sotto il regno di Ferdinando IV con un real decreto sulla caccia l’entità dei premi venne addirittura aumentata: quella venatoria era una delle attività ricreative preferite dai Borbone (e successivamente dai Savoia) che per praticarla disponevano di ampie riserve, come quella di Mastrati e Torcino, poco distante da Capriati al Volturno. In queste aree mentre era vietato cacciare le specie pregiate come il cinghiale ed il capriolo, era consentito l’abbattimento del lupo e degli altri animali considerati “nocivi”. Nel 1819 re Ferdinando confermò l’elargizione dei premi ed estese il diritto ad usufruirne anche alle guardie dell’amministrazione forestale per le quali in precedenza l’eliminazione degli animali nocivi rappresentava un compito istituzionale. Al tempo la paga mensile di una guardia forestale era di 12 ducati, si può quindi immaginare con quanto impegno si adoperarono per portare avanti lo sterminio. Con la possibilità di guadagno comparvero sul Matese le figure dei Lupari, cacciatori che per mestiere esercitavano la caccia ai lupi.

L’uccisione del lupo tra le genti del Matese era occasione di festeggiamenti, chi riusciva nell’impresa di liberare la comunità dal “mostro” veniva visto come un eroe e spesso l’animale abbattuto veniva esposto nelle piazze o portato in trionfo davanti alle case dei pastori che in segno di gratitudine ricompensavano l’uccisore con ciò che producevano nelle loro fattorie. Racconti di anziani raccolti sul Matese ci dicono che questa usanza era ancora viva fino a qualche decennio fa. Nel novecento ai lacci, alle trappole, alle armi da taglio e da fuoco e agli innumerevoli stratagemmi escogitati dall’uomo per sterminare il “lupo cattivo” se ne aggiunse uno nuovo più subdolo ed efficace: il veleno. L’utilizzo di bocconi avvelenati, con stricnina prima e successivamente con cianuro, diede il colpo di grazia alle ormai esigue popolazioni superstiti di lupi.

Nel 1976 in Italia la popolazione di lupi ammontava a soli 100 esemplari. Fu grazie alla campagna denominata “Operazione S. Francesco” promossa dal Parco d’Abruzzo e dal WWF che si riuscì a salvare il lupo appenninico (Canis lupus italicus) dall’estinzione. Oggi la specie è protetta ed è inserita nella lista rossa IUCN come specie vulnerabile (VU), nell’appendice II (specie potenzialmente minacciate) della convenzione di Washington (CITES), ed è inoltre tutelata dalla convenzione di Berna e dalla Direttiva “Habitat” comunitaria 92/43/CEE. Recenti studi stimano che la popolazione attuale nel nostro paese sia compresa tra i 1.269 e i 1.800 esemplari concentrati soprattutto sull’Appennino centro-settentrionale. Secondo gli stessi studi sarebbero solo 175-330 i lupi dell’Appennino meridionale. Il Matese, nonostante secoli di persecuzione, è riuscito a conservare negli angoli meno accessibili parte della sua originaria popolazione di lupi. In assenza di studi specifici sul territorio, si ignora quale sia il numero degli esemplari che abitano le nostre montagne, tuttavia negli ultimi anni il sempre più frequente ritrovamento di tracce induce a pensare che la sua presenza sia in ripresa, ipotesi confermata anche dal moltiplicarsi degli avvistamenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Sopra: escrementi di lupo sul Matese, si noti la presenza di peli e frammenti di ossa; sotto: impronte nei pressi del lago Matese (Foto V.D'Andrea)] 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio incontro con il lupo del Matese avvenne per tutta una serie di coincidenze. Era il 2 giugno del 2014 e dopo un’escursione sul monte Gallinola, mentre il resto della comitiva era ormai pronto per rientrare, io e mia sorella decidemmo di seguire mio cugino dalle parti di Campitello per raccogliere orapi, sorta di spinaci selvatici che crescevano abbondanti in quel periodo dell’anno negli stazzi non ancora occupati dalle greggi. Lungo la strada la foratura di una gomma ci fece perdere dei minuti che poi risultarono provvidenziali per quello che sarebbe successo di lì a poco. Ripartimmo dopo aver sostituito la gomma, dopo un paio di curve davanti a noi si apriva un ampio pianoro circondato da faggete… ed eccoli lì, i discendenti di quei pochi lupi sopravvissuti a secoli di sanguinosa persecuzione. A circa quindici metri da noi avanzavano a testa bassa, nell’atteggiamento di chi segue una traccia, due grossi animali ancora con la folta pelliccia invernale, ben diversi da quelli ritratti nelle foto che negli anni precedenti avevano documentato i vari episodi di bracconaggio. E’ interessante notare che istintivamente ci ritrovammo quasi senza accorgercene fuori dall’auto, segno che quei magnifici animali non avevano suscitato in noi alcun tipo di timore: quei due lupi al contrario trasmettevano quel senso di armonia con la natura che l’uomo moderno ha ormai dimenticato e che andrebbe riscoperto perché come ha scritto G. Weeden “ Il mondo ha bisogno del sentimento, degli orizzonti inesplorati, dei misteri degli spazi selvaggi. Ha bisogno di un luogo ove i lupi compaiono al margine del bosco non appena cala la sera, perché un ambiente capace di produrre un lupo è un ambiente sano, forte, perfetto”. Quel giorno i due lupi proseguirono il loro cammino senza mutare il ritmo della loro andatura, per nulla turbati dalla nostra presenza. Uno dei due giunto al limite del bosco si voltò per un istante a guardarci e poi scomparve per sempre nella faggeta.

 

 

 

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