Le stagioni delle orchidee

 

[Orchis pallens]

 

Nell'immaginario collettivo al termine "orchidea" è associata spesso l'immagine di fiori eleganti provenienti da paesi lontani, con forme appariscenti e colori sgargianti. Questa descrizione in effetti ben si addice a gran parte delle specie esotiche che ai giorni nostri sono tra le piante ornamentali più diffuse in coltivazione. Queste bellezze esotiche però cominciarono a giungere in Europa solo due secoli fa: nell'ottocento il loro successo fu tale da scatenare una vera e propria mania tra gli aristocratici del tempo che finanziavano spedizioni nelle foreste di ogni parte del globo per scovare nuove specie. Le poche piante che arrivavano nel vecchio continente, riuscendo a superare i lunghissimi viaggi, venivano vendute a prezzi esorbitanti. In realtà il termine “orchidea” ha origini ben più antiche: già nel 300 a.C. il filosofo greco Teofrasto descrisse l’attuale Orchis mascula, utilizzando il termine orchis per la somiglianza degli pseudobulbi sotterranei con gli organi genitali maschili (dal greco orchis= testicoli).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 [A sinistra: Orchis mascula è stata la prima orchidea descritta già nel 300 a.C.; a destra Orchis pauciflora, una delle prime a fiorire.]

 

La famiglia delle orchidee è una delle più ricche in assoluto di specie: tra le angiosperme, ovvero le piante che producono fiori, le Orchidacee vengono superate solo dalle Asteracee (margherite e affini). Allo stato attuale sono non meno di 25.000 le specie descritte, alle quali se ne aggiungono continuamente di nuove. Queste piante estremamente evolute, sono in grado di adattarsi ad ogni tipologia di habitat fatta eccezione per i ghiacciai e le zone artiche; di recente ne sono state trovate anche negli aridi deserti australiani. Degno di nota è il particolare tipo di simbiosi (micorriza) che le orchidee instaurano con certi tipi di fungo. Questo, avvolto con le sue ife intorno alle radici della pianta, assorbe dal terreno le sostanze semplici che, trasferite alla pianta, vengono da questa elaborate e poi in parte restituite al fungo. Anche i semi delle orchidee, piccoli e senza sostanze di riserva, non attecchirebbero senza la micorriza formata con il fungo. E’ intuitivo quindi che la germinazione e la crescita di nuove piante in una determinata zona è subordinata alla presenza di questi particolari funghi nel substrato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Sopra a sinistra Ophrys sphegodes, a destra O. apifera; sotto a sinistra Ophrys lacaitae, a destra O. holosericea.]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche il nostro paese annovera una notevole quantità di specie il cui numero può variare in base all’inquadramento tassonomico, attualmente ancora piuttosto controverso, tanto da essere certamente il tema più dibattuto tra i botanici e tra le schiere di appassionati che si dedicano allo studio di queste piante. Le specie segnalate per il Matese sono circa 50 ma si tratta di un territorio ancora poco studiato dal punto di vista floristico, non è quindi improbabile che vi siano presenti altre specie non ancora segnalate.

Le prime a fiorire sono le orchidee del genere Ophrys che spuntano già a partire da metà marzo. Le Ophrys sono tipiche delle aree mediterranee e prediligono le zone asciutte e assolate dal piano alla fascia collinare. Sul Matese raramente si spingono oltre i 1000 m. Si tratta forse del gruppo più interessante e complicato dal punto di vista tassonomico. La particolarità di queste piante consiste nel possedere un petalo, detto labello, nettamente diverso dagli altri per dimensioni e forma che spesso presenta disegni e macchie che imitano il torace di alcuni insetti. L’evoluzione ha portato ogni specie di Ophrys ad imitare la femmina di una specifica specie di insetto, generalmente imenotteri (vespe e affini), e l’inganno è tale che i maschi, attratti dal fiore, nel tentativo di accoppiarsi con quest’ultimo si ricoprono di polline che poi trasporteranno sul fiore successivo. Come se non bastasse le Ophrys producono sostanze che imitano i ferormoni, sostanze prodotte dalle femmine degli insetti per attrarre i maschi. Spesso anche i nomi dati a queste piante ricordano l’insetto che imitano nella forma: Ophrys apifera (ape), O. crabronifera (calabrone), O. bombyliflora (bombo) sono alcuni esempi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  [A sinistra Ophrys argolica subsp.crabronifera ricorda un calabrone (Vespa crabro); a destra O. insectifera, poco comune sul Matese.]

 

Nel mese di Aprile alle prime Ophrys si aggiungono le fioriture violette delle onnipresenti Anacamptis morio e delle gialle Orchis pauciflora, seguite a breve distanza da quelle di Orchis purpurea e O. Italica. Quest’ultima specie viene volgarmente detta “omini nudi” per la forma del labello che ricorda appunto la sagoma di un omino, cosa che accade anche in Aceras anthropophorum che inizia a fiorire nello stesso periodo. Da aprile in poi, con lo scioglimento della neve, sul Matese le fioriture si susseguono a scalare man mano che si sale di quota. Al di sopra dei 1000 m le prime a spuntare sono le orchidee del genere Dactylorhiza che prendono il nome dalla caratteristica forma dei rizotuberi che ricordano le dita di una mano (dal greco daktylos= dito e rhiza= radice). In particolare Dactylorhiza sambucina che può avere sia colorazione gialla che violetta, compare poco dopo la scomparsa della neve colorando i pascoli montani esposti al sole. Più amante dei luoghi freschi e almeno parzialmente ombrosi è invece Dactylorhiza maculata (da noi presente con la sottospecie saccifera), dalle caratteristiche foglie macchiate di porpora che compare qualche settimana più tardi, creando immense macchie di colore ai bordi delle strade e ai limiti delle faggete spesso in compagnia di altre orchidee come Gymnadenia conopsea. Tra maggio e giugno fioriscono anche le rappresentanti del genere Neotinea dedicato al botanico siciliano Vincenzo Tineo: è estremamente facile incontrare nei prati Neotinea tridentata, meno diffuse invece sono N. ustulata e N. maculata. Nello stesso periodo compaiono nel piano collinare e montano anche le orchidee del genere Cephalanthera. Tre sono le specie presenti nel nostro paese, tutte si rinvengono anche sul Matese: C. damasonium e C. longifolia fioriscono entrambe in bianco candido mentre C. rubra in rosa. Giugno e luglio sono i mesi in cui fioriscono le Epipactis: E. helleborine ed E.microphylla sono abbastanza comuni e prediligono l’ombra delle faggete; E. palustris al contrario predilige i terreni acquitrinosi ed è decisamente rara sulle nostre montagne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Sopra a sinistra Orchis purpurea; a destra O. italica, volgarmente detta "omini nudi" per la particolare forma del labello; sotto a sinistra Epipactis palustris, piuttosto rara sul Matese; a destra E. helleborine.]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel mese di agosto, quando ormai quasi tutte le fioriture volgono al termine, sulle cime più alte del Matese è ancora possibile osservare orchidee in fiore: è il caso di Orchis pallens che talvolta si spinge anche al di sopra dei 1900 m. La stagione delle orchidee si conclude in settembre-ottobre con la fioritura della minuscola Spiranthes spiralis, l’unica orchidea nostrana a fioritura autunnale.

 

 [Spiranthes spiralis, l'unica specie a fioritura autunnale.]

 

Concludendo questa breve carrellata sulle orchidee spontanee del Matese ricordiamo che si tratta di specie protette da normativa sia nazionale che internazionale. Tutte rientrano nell'Allegato I della convenzione di Washington del 1973 (CITES) che regola il commercio delle specie di flora selvatica minacciata di estinzione. Tale normativa è stata successivamente recepita anche dall’Italia, che ha sottoposto le orchidee spontanee a controllo totale, vietando rigorosamente l’importazione, l’esportazione, il trasporto e la detenzione di piante, semi o parti di piante raccolte in natura. La tutela delle singole specie, a livello nazionale, è demandata alle Regioni. La Regione Campania ha inserito tutte le specie nella legge regionale n.40 del 25-11-1994 sulla "Tutela della flora endemica e rara". Quando ci capita di incontrarle limitiamoci sempre ad osservarle e fotografarle per fare in modo che anche le generazioni future possano continuare a godere di queste piccole meraviglie della natura.

 

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