L'ululone appenninico sul versante campano del Matese

 

L'ululone appenninico (Bombina pachypus Bonaparte, 1838) è senza dubbio la specie più minacciata tra gli anfibi del Matese. Attualmente, in assenza di studi specifici, sappiamo ancora pochissimo della sulla sua reale distribuzione sul versante campano del massiccio: fino allo scorso anno la sua presenza ci era nota per una sola località. Per preservare gli animali abbiamo scelto fin dall'inizio di non divulgare l'esatta posizione del sito che tra l’altro corre già seri rischi di scomparire: in questo sito, che per convenzione chiameremo sito A, gli ululoni si riproducono in un fontanile utilizzato dai pastori per abbeverare le greggi. Qui la principale minaccia è data dalla consuetudine dei pastori di svuotare e ripulire il fontanile, operazione che risulta ininfluente nel periodo invernale, quando gli anfibi trascorrono il periodo di latenza a terra nei pressi dei siti di riproduzione, ma che può vanificare un'intera stagione riproduttiva se effettuata nel periodo primaverile ed estivo poiché lo svuotamento del fontanile oltre a disturbare gli animali in riproduzione porta inevitabilmente alla perdita delle eventuali uova o alla morte delle larve.

Nei primi mesi del 2015 alcune segnalazioni ci hanno portato all'individuazione di una nuovo sito di riproduzione (sito B) a notevole distanza dal primo: una piccola pozza generata da una sorgente, per fortuna ubicata in un luogo difficilmente raggiungibile e poco frequentato dall'uomo. Nel sito B la popolazione di ululoni sembra godere di ottima salute: lo scorso anno, durante la stagione riproduttiva, io e Giovanni Capobianco abbiamo avuto il piacere di osservare nella pozza più di trenta individui contemporaneamente. A seguito della notizia della nuova scoperta, nel febbraio 2015 fummo contattati dal Dr. Marco Ciambotta (Ph. D. presso Università degli Studi di Roma Tor Vergata) autore di uno studio, al tempo ancora in corso d’opera, sul differenziamento genetico in Bombina pachypus e sulla dinamica di popolazione, studio finalizzato anche a comprendere le migliori strategie di conservazione per la specie che da diversi anni è in netto declino su tutto il territorio nazionale. Il Dr. Ciambotta, che già aveva esaminato alcune popolazioni del versante molisano, ci propose di inserire nel suo studio anche le popolazioni che stavamo seguendo sul versante campano: un’occasione irripetibile per conoscere meglio gli ululoni del Matese. Accettammo quindi di buon grado di collaborare mantenendo il riserbo sull’esatta localizzazione dei due siti per motivi di conservazione. I campioni di DNA sono stati raccolti effettuando dei tamponi buccali, come autorizzato dal Ministero dell’Ambiente Italiano, un metodo non invasivo e del tutto innocuo per gli animali. In totale il DNA è stato raccolto per tre individui per ciascuna delle due popolazioni. Nel raccogliere i campioni fotografammo la parte ventrale di ciascun animale campionato. Ventralmente gli ululoni presentano vivaci macchie gialle irregolari su sfondo grigio-bluastro che hanno forma ed estensione differente in ogni individuo. La disposizione, la forma e le dimensioni di queste macchie (pattern) possono essere utilizzate per distinguere gli individui all’interno di una popolazione. Confrontando i pattern delle due popolazioni notammo delle notevoli differenze, confermate in seguito dalle analisi genetiche eseguite dal Dr. Ciambotta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[I pattern ventrali nelle due popolazioni del versante campano del Matese sono molto diversi: negli individui del sito A (a sinistra) vi è una netta predominanza delle aree gialle, in quelli del sito B ( a destra) predominano le macchie scure. Queste caratteristiche sono state riscontrate in tutti gli individui osservati in ciascuna delle due popolazioni.]

 

 

Lo studio ha evidenziato che le due popolazioni del versante campano del Matese sono geneticamente differenti tra loro ed entrambe sembrerebbero differenti dalle popolazioni molisane. ” Per quanto riguarda le vostre popolazioni – ci ha detto l’autore dello studio - è stato accertato che fanno parte di un cluster genetico che si è espanso dall’Italia meridionale verso territori appenninici settentrionali non prima della fine dell'ultimo massimo glaciale, circa 21.000 anni fa. I due siti sono tra loro geneticamente distinti, probabilmente ciò è dovuto al fatto che la specie è poco vagile (tende cioè a spostarsi poco dai siti di riproduzione) e il flusso genico è ridotto anche a distanze minime. Ciò fa in modo che  popolazioni poste anche a breve distanza geografica mantengano le proprie peculiarità genetiche”. Un dato di importanza fondamentale quando si pensa a programmi di conservazione o reintroduzione che dovranno necessariamente prevedere di non “mescolare” differenti popolazioni, anche se vicinissime geograficamente onde evitare di perdere le peculiarità genetiche delle singole popolazioni. “E’ importante - ha aggiunto il Dr.Ciambotta - conservare la biodiversità genetica delle meta-popolazioni e dei singoli siti riproduttivi”. La capacità di una specie di sopravvivere adattandosi ai cambiamenti dell’ambiente è infatti strettamente legata alla diversità genetica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'ululone appenninico è uno degli anfibi più a rischio del nostro paese, non a caso inserito dal 2011 nella lista rossa IUCN delle specie minacciate nella categoria EN (Endangered, in pericolo di estinzione). Si tratta di una specie endemica dell'Appennino e sebbene sia tutelata anche dalla Direttiva Habitat, negli ultimi dieci anni si stima che l'intera specie abbia subito un declino, sia nel numero che nella consistenza delle popolazioni, maggiore del 50%.

 

 

 

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