Il fiume dell'oblio ed altre storie

Nella mitologia greca e romana il Lete è il fiume in cui si tuffavano le anime dei morti per dimenticare la vita passata prima di reincarnarsi: ce ne parlano tra gli altri Platone nella Repubblica, Virgilio nell'Eneide e Dante nella Divina Commedia. Non ci è dato sapere dove si trovasse questo mitico fiume (Dante lo colloca nel paradiso terrestre) ma vi è un fiume Lete, in realtà un ampio torrente, che nasce dal massiccio del Matese alle falde del monte Janara (1.575 m s.l.m.), attraversando poi per qualche chilometro un ampio pianoro denominato "Piana delle Sècine" dove raccoglie ingrossandosi le acque di numerose sorgenti. Nei pressi del comune di Letino la diga di una centrale idroelettrica interrompe il cammino del torrente generando un piccolo lago artificiale.

 [ Il piccolo invaso artificiale di Letino]

 

Superata la diga, le acque scompaiono alla vista inabissandosi in cavità ipogee denominate Grotte di Cavuto per poi fuoriuscire da un’apertura nella roccia, con uno spettacolare salto di un centinaio di metri, sullo stretto canyon della “Rava di Prata”, creato dall’azione erosiva dell’acqua stessa nel corso di millenni. Successivamente il corso del Lete attraversa il territorio dei comuni di Prata Sannita e Pratella dove le numerose sorgenti alimentano anche gli stabilimenti di imbottigliamento di note acque minerali.

 

[Le acque del Lete fuoriescono dalle Grotte di Cavuto generando una spettacolare cascata.] 

 

Il primo tratto del torrente, quello che va dalle sorgenti al lago di Letino è estremamente interessante dal punto di vista naturalistico. Qui, ad un'altitudine prossima ai 1000 m s.l.m. le acque, fresche anche in piena estate, conservano sempre un tasso piuttosto elevato di ossigeno: l'ambiente ideale per la trota e per il gambero di fiume: Austropotamobius pallipes. Fino a qualche anno fa si pensava che questo taxon fosse diffuso su buona parte del territorio nazionale ma recenti studi biologia molecolare hanno portato all’individuazione di almeno due specie distinte: Austropotamobius pallipes dell’Italia nord-occidentale e Austropotamobius italicus nel resto della penisola. Quest’ultimo inoltre appare essere costituito da tre sottospecie: Austropotamobius italicus italicus nell’Appennino tosco-emiliano, Austropotamobius italicus carinthiacus in Italia centrale e nord-occidentale, Austropotamobius italicus carsicus in Italia nord-orientale, a cui si è aggiunta di recente una quarta sottospecie, Austropotamobius italicus meridionalis in Lazio, Abruzzo e Italia meridionale.

 [Lo stretto canyon della "Rava"di Prata.]

 

La sopravvivenza di questo crostaceo d'acqua dolce è minacciata su tutto il territorio nazionale: si tratta di organismi estremamente sensibili ad ogni forma di inquinamento tanto da poter essere considerati dei veri indicatori della qualità delle acque. Un tempo questi crostacei dovevano essere molto comuni nel Lete: una contadina del luogo ci ha raccontato che fino a qualche decennio fa, soprattutto all'imbrunire, sulle rive del torrente se ne incontravano a centinaia ed era estremamente semplice catturarli anche a mani nude per poi consumarli crudi o cotti. Il gambero di fiume è ancora presente nel Lete? Difficile dare una risposta. Pare che a partire dagli anni settanta i gamberi siano diventati sempre più rari e difficili da osservare. Le nostre ricerche non hanno fino ad ora portato a nessun risultato: questo prezioso ed antico abitante del Lete sembrerebbe essere scomparso. Negli ultimi anni molti corsi d'acqua del nostro paese sono stati colonizzati da diverse specie alloctone di gambero, come il gambero turco (Astacus leptodactylus) ed il gambero rosso della Luisiana (Procambarus clarkii). Questi crostacei, il primo originario dell’Europa orientale e del Medio Oriente, il secondo del Messico e degli Stati Uniti centro-meridionali, inizialmente allevati come specie di interesse commerciale, diversamente dalle specie europee hanno dimostrato una forte adattabilità anche a condizioni ambientali estreme, adattabilità che ha consentito loro in pochi anni di insediarsi nei corsi d’acqua di molte regioni italiane. Queste specie aliene possono modificare in maniera drammatica gli ambienti acquatici nostrani: scavano gallerie e tane danneggiando gli argini e la vegetazione di ripa, possono predare numerose specie di anfibi e come se non bastasse sono portatrici sane della cosiddetta “peste del gambero”, un fungo (Aphanomyces astaci) che può risultare letale per le specie native. Da qualche anno Astacus leptodactylus è presente nel vicino lago di Gallo Matese, inoltre segnalazioni che non abbiamo ancora avuto modo di comprovare lo dicono presente anche nel Lete. E’ quindi probabile che la storia di quei gamberi che per millenni hanno popolato il “fiume dell’oblio” sia giunta ormai alla fine.

 

 [Austropotamobius pallipes (Foto: web)]

 

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